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Il rapporto tra l’amministrazione pubblica e la politica non è uno tra i tanti temi prioritari che il partito democratico e le nuove aggregazioni politiche e partitiche in costruzione devono indagare, ma il nodo prioritario che devono affrontare come condizione per la credibilità nella realizzazione dei programmi, per l’autorevolezza, la radicata legittimazione e per riconosciute virtù dei gruppi dirigenti, per la percorribilità degli itinerari utili al conseguimento dei risultati.
Non vi è rinnovamento possibile della politica senza un migliore funzionamento e una positiva reputazione dell’amministrazione pubblica, e viceversa. Soprattutto, la riforma della politica e della pubblica amministrazione costituiscono aspetti decisivi della vera grande questione oggi attuale nel nostro Paese: come selezionare e dare ruolo a una nuova classe dirigente? Il nostro è un Paese bloccato, attraversato da miopie, provincialismo, maschilismo, insufficiente mobilità sociale nella politica, nella pubblica amministrazione, nelle imprese, in cui il ricambio è troppo spesso ereditario e meramente generazionale. Carlo Carboni ha indagato, anche nella nostra rivista, il tema delle élite e delle classi dirigenti in Italia, proponendo una acuta, disincantata e veritiera radiografia (1). La pubblica amministrazione non ha, sino ad ora, contribuito in modo soddisfacente a innescare dinamiche positive. Le riforme approvate e in parte realizzate non hanno sortito l’effetto auspicato. Il contributo di Dell’Aringa, nello scorso numero di Solcando, si è soffermato sui limiti delle riforme del pubblico impiego,e in questo numero, per altri aspetti, vi ritorna Zucaro. Eppure, restituire credibilità, imparzialità, efficienza e autonomia alla pubblica amministrazione costituisce una vera esigenza per i cittadini ma anche per il sistema delle imprese. Su tale aspetto proponiamo il contributo di Zanotelli. Negli ultimi tempi, il dibattito politico ha ripetutamente ricevuto incursioni tematiche derivanti dall’attuale emergenza della condizioni della amministrazione pubblica, che hanno riguardato soprattutto i cosiddetti fannulloni e i costi. Molte le verità, altrettanto evidenti i limiti nelle analisi e nelle proposte. Il limite più vistoso è l’aver considerato i costi e gli sprechi nella pubblica amministrazione come un capitolo o un’ appendice dei costi della politica, e questo sia nella proposta del governo e nelle misure adottate che nel dibattito nel Paese. Il contenimento degli sprechi nella P.A., negandone anche così l’autonomia e funzionalità, è stato troppo spesso trattato come un aspetto del contenimento dei costi della politica, nella carenza di analisi e proposte specifiche, funzionali a superare inefficienze e sovrapposizioni ma anche a restituire ruolo, certezze, responsabilità, autonomia alla pubblica amministrazione. Le razionalizzazioni che si possono così ottenere sono utili comunque, è ovvio, ma insufficienti e destinate inevitabilmente a non durare. Peraltro, ciò in presenza di una sempre più massiccia pervasività della politica, che la moltiplicazione dei Ministeri e dei centri di spesa, la sovrapposizione degli interventi non ha aiutato a contenere. E’ paradossale, ma tale pervasività e l’onnipresenza derivano proprio della debolezza e dalla crisi della politica. Zjgmunt Bauman, nel recente “Modus vivendi” analizza il divorzio tra potere e politica. (2) (1) Carlo Carboni élite e classi dirigenti in Italia Laterza anno 2007. Solcando agosto 2007. (2) Zjgmunt Bauman “ Modus vivendi”. Laterza anno 2007. Assistiamo nel nostro Paese in materia più evidente che altrove agli effetti della crisi e della debolezza della politica, e ciò del tutto a prescindere dai meriti indiscutibili e dai risultati concreti conseguiti dall’attuale governo. Anzi, proprio la difficoltà nel valorizzare i risultati concreti conferma la percezione della crisi complessiva della politica presso l’opinione pubblica: non vi è un deficit di comunicazione, come molti ritengono, ma cause sostanziali e di fondo presenti nella nostra democrazia. La politica, proprio perché carente di potere e della reale capacità di governance di ampio respiro, necessita di puntigliosa e ostinata presenza, di dominio diretto, di una amministrazione pubblica asservita. Le sentenze, come quella recente della Corte Costituzionale sullo spoil system, pure importantissime, non sono sufficienti, non fosse altro perché intervengono su guasti ormai operati e possono solo risarcire qualcuno e costituire, in parte, un deterrente per il futuro. Positivi sono dunque i movimenti e le riaggregazioni politiche in corso, che possono contribuire a ridare ruolo alla politica e, paradossalmente, a restituire autonomia alla amministrazione pubblica e a riproporne la funzione costituzionalmente delineata. Reintrodurre ruolo alla politica e responsabilità e stabilità all’azione di governo significa, nei fatti, ridare spazio a un’amministrazione pubblica imparziale, efficace, competente. E’ lapalissiano: politici responsabili che rispondono all’elettorato del proprio operato e dell’azione di governo nel realizzare programmi, non potrebbero fare a meno di una amministrazione pubblica capace, che fornisca ai cittadini servizi soddisfacenti, che operi nel rispetto dei principi costituzionali di imparzialità, indipendenza, buon andamento. Politici cooptati dalle segreterie di partito e fedeli a chi li ha designati in un clima di instabilità politica, in cui ogni giorno si teme che si possa ritornare alla verifica elettorale, hanno invece necessità inevitabile di una amministrazione pubblica pronta a soddisfare esigenze contingenti, di dirigenti servili, di risultati magari scarsi ma subito spendibili. Dunque, il problema dei fannulloni nel nostro Paese c’è, ma non meno grave è quello dell’attivismo servile e incompetente di dirigenti e funzionari ansiosi di approvazione e persino simili a maggiordomi. La priorità per la pubblica amministrazione è l’introduzione della cultura della valutazione in termini non ragioneristici per i dirigenti e, soprattutto, per le attività e le politiche dell’amministrazione. Nessun fraintendimento: non si tratta di produrre qualche monografia in più monitorando l’esistente, ma di operare in modo diverso! Ancora una volta, il nesso con la riforma della politica è evidente e va ulteriormente indagato: se i politici dovranno responsabilmente rispondere all’elettorato, e non semplicemente essere grati alla segreteria del partito che li ha designati, non vi è forse la necessità di valutare i risultati del proprio operato a tutti i livelli di governo e presentarne gli esiti all’elettorato? Ne riparleremo nel prossimo numero. |