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I fannulloni prosperano grazie ai sindacati e alla politica |
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di Antonio Zucaro - Vice Presidente CIDA
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Nella discussione che s’è aperta sui dipendenti pubblici “ fannulloni “ è emersa la considerazione che spetta ai dirigenti sanzionare questo genere di comportamenti. Le norme ci sono e dunque, se il fenomeno sussiste, la colpa è dei dirigenti. Vero: le norme ci sono e la competenza dei dirigenti pure. Ma la colpa non è dei dirigenti. Perché?
In sintesi, perché, nel pubblico impiego, ogni dirigente sa che, se avvia un procedimento disciplinare nei confronti di un dipendente, un minuto dopo alla sua porta busserà un sindacalista difensore del medesimo, munito del potere di rendergli la vita difficile. In altri termini, sanzionare un fannullone significa prendersi una grossa grana, non solo col fannullone, ma col “ sistema “. Perciò, non se ne fa mai nulla. Esemplare in proposito il caso della scuola. Allo stato attuale, per qualunque sanzione nei confronti di un docente – quale che sia la gravità dei suoi comportamenti – occorre attendere il parere del consiglio dei pari (CNPI), espressione dei sindacati. Parere che in media richiede un anno e mezzo e che è vincolante per l’amministrazione. Quando poi si tratta di fatti penalmente rilevanti, è necessario l’esaurimento di tutti i gradi di giudizio prima di qualunque atto disciplinare. Non è un caso se la scuola si trova ormai quotidianamente all’attenzione dei media anche per i comportamenti di alcuni dei suoi operatori, che la dirigenza non può contenere con gli strumenti a sua disposizione. Il caso del prof. M. di Milano ha occupato tutte le prime pagine e non ha ancora trovato una soluzione amministrativa, proprio per i vincoli che l’azione sindacale ha imposto ai dirigenti responsabili. Tanto che il Ministro ha dovuto emanare addirittura un decreto-legge per tentare di venire a capo di questo ed altri casi paradossali nella loro gravità. Articolando un ragionamento sul “sistema”, occorre partire da un punto d’ordine generale. In ogni organizzazione produttiva v’è la funzione di direzione: organizza e distribuisce il lavoro, gestisce le risorse umane, premia i migliori e sanziona i peggiori. Nei paesi sviluppati, la funzione di direzione è controbilanciata dalla funzione sindacale, che tutela i lavoratori da arbitrii, eccessi, violazione di diritti, anche nell’interesse dell’azienda. Tra le due funzioni si stabilisce un equilibrio, in ogni situazione concreta. Nelle pubbliche amministrazioni italiane, riforma dopo riforma, contratto dopo contratto, questo equilibrio è tutto spostato a vantaggio della funzione sindacale. Il potere di gestione del personale è interamente regolato da contratti collettivi, a più livelli: di comparto, di Ente, di singolo ufficio. Ogni atto di gestione risulta, così, interpretazione di un accordo; i sindacati che l’hanno sottoscritto possono intervenire su tale interpretazione e quindi sul singolo atto. Ciò vale sia per la definizione dei doveri d’ufficio, sia per la materia disciplinare. I sindacati sono molti, ed in concorrenza tra loro. Dimostrare all’insieme dei lavoratori che si è più “ bravi” degli altri sindacati a difenderli dalle pretese dei dirigenti significa avere più iscritti e più voti alle elezioni delle RSU, ovvero più “rappresentatività”, ovvero, secondo le regole, più potere contrattuale, più distacchi, più permessi. Anche la tessera di un fannullone è comunque una tessera in più. Così, ogni fannullone ha o può trovare un sindacato difensore, che magari lo nomina “ rappresentante sindacale nell’unità produttiva”, garantendogli così l’intangibilità quasi assoluta. Questo succede, per lo più, coi sindacati minori. I sindacati maggiori hanno un’altra arma. Grazie al rapporto diretto, politico, con gli organi di vertice dell’amministrazione, hanno un potere, indiretto ma solido e ben conosciuto, sulla carriera dei dirigenti. Perciò, il dirigente che resiste alla richiesta di un sindacato potente sa di rischiare parecchio, fino alla rimozione dall’incarico. Ipotesi, come dimostra l’esperienza, tutt’altro che teorica. Il vertice, politico o di nomina politica, tende ad ascoltare il sindacato, per ottenerne l’appoggio alle elezioni e per evitare di trovarselo contro sulle questioni che più gli interessano. Ciò, anche a scapito della buona gestione complessiva dell’amministrazione; tanto, non v’è un mercato che sanzioni la gestione cattiva. Di conseguenza, l’insieme dei dirigenti si adegua, tranne qualche eccezione. Come se ne esce ? La strada è una sola: Visto che il rapporto di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, dopo la riforma, è regolato dal diritto privato, il vertice dell’ amministrazione deve comportarsi come un datore di lavoro privato, magari aiutato dall’ opinione pubblica. E qui va rimarcata la positività delle campagne di stampa sull’argomento. Se il ministro, o il sindaco, valuta che il chiudere un occhio sui fannulloni gli farà perdere più voti tra i cittadini di quanti gliene faccia guadagnare tra i dipendenti, lascerà che i massimi dirigenti applichino le norme, assumendosi le proprie responsabilità di direzione, di gestione e di sanzione, anche resistendo alle pressioni sindacali, e coprendo le spalle ai dirigenti di linea, che si faranno carico della propria parte di responsabilità e di grane. Anche i sindacati, almeno i maggiori, che rappresentano potrebbero assumere, al riguardo, un codice di comportamento per cui, ad esempio, non coprano più i fannulloni; tengano le proprie attività di tutela nei limiti previsti dalle norme contrattuali, cominciando dall’ accettazione di sanzioni proporzionate alle infrazioni; si astengano dall’ intervenire, a livello superiore, sulla carriera dei dirigenti, cominciando dai capi del personale e dai massimi vertici degli apparati. Utopia? Forse. Ma i sindacati, che rappresentano non solo i dipendenti pubblici ma anche i dipendenti privati, o i pensionati, comunque una bella fetta della parte più debole della società, direttamente colpita dalle inefficienze degli apparati pubblici, devono rispondere anche a costoro, oltre che all’ opinione pubblica. |
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