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Welfare state mediterraneo e welfare meridionale |
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di Prof. Enrico Pugliese - Direttore Irpps-Cnr [e.pugliese@irpps.cnr.it]
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Esistono diverse classificazioni relative ai sistemi di welfare a livello internazionale. Il primo modello è quello definito solitamente “continentale” d’origine bismarkiana, che ha riguardato in primo luogo la Germania ma anche per qualche verso la Francia, certamente il Giappone e in parte l’Italia.
C’è poi il modello che una volta era definito modello “angloscandinavo”, che riferiva i benefici del sistema di welfare, i servizi sociali e la previdenza ai cittadini e alle cittadine in quanto tali e non solo in quanto lavoratori o lavoratrici (come era invece nel caso del modello ‘continentale’, almeno all’inizio). C’era – e c’è – poi quello americano, detto “residuale”, giacché fa dell’attività di welfare qualcosa di riferito solo alla povertà: una volta che la società ha prodotto una marginalità, il sistema welfare se ne occupa, mentre le persone abbienti – o meglio non povere - l’assistenza e la previdenza se la comprano ricorrendo al mercato. Ultimo, negli anni ’70 del Novecento, compare nella letteratura sul tema il welfare “mediterraneo” cui appartengono Italia, Spagna, Grecia Portogallo. Per molto tempo questo quarto modello, quello ‘mediterraneo’, è stato considerato una sorta di variante del modello ‘continentale’ anche e soprattutto perché fondato su principi ‘lavoristici’ o meritocratici’, vale a dire per il fatto che i benefici delle politiche sociali sono destinati al cittadino lavoratore, per aver egli versato i contributi previdenziali, all’interno di una peculiare visione che vede lo stato come soggetto che gestisce l’attività mutualistica e previdenziale. Anzi al momento stesso del dibattito alla Costituente begli anni Quaranta prevalse questa impostazione per cui si concluse, per farla breve, che i cittadini-lavoratori (in quanto lavoratori) dovevano essere beneficiari della previdenza, mentre le persone indigenti, i cittadini poveri sarebbero stati destinatari dell’assistenza. Ma torniamo al quadro generale con riferimento al welfare mediterraneo. Esso ha delle connotazioni sostanziali che trovano, in Italia, particolari specificazioni. Esse sono: 1) Il ruolo determinante della famiglia che si avvale, tradizionalmente, del lavoro gratuito delle donne chiamate a coprire tutti i settori della cura. Così ad esempio la famiglia si occupa degli anziani o dei membri non autosufficienti o direttamente o comprando proprie spese servizi sul mercato (come nel caso delle badanti) o rivolgendosi allo Stato per servizi gratuiti di assistenza domiciliare. Insomma il lavoro gratuito femminile in ambito domestico ha finora supplito a tutte le carenze dello Stato e del mercato ma ha sovraccaricato enormemente le donne. 2) I trasferimenti monetari dominano rispetto alla fornitura dei servizi e questo è vero soprattutto per il Mezzogiorno. Ciò tuttavia nel senso che nel Sud si effettuano comunque in valori assoluti (come flusso di trasferimenti pro-capite) meno trasferimenti che al Nord, ma nel senso che l’incidenza di questi trasferimenti monetari rispetto ai servizi è, nel Sud, molto più alta che al Nord. In altri termini nel Sud ci sono meno servizi e arrivano anche meno soldi. Ma i trasferimenti monetari hanno un peso molto maggiore per il fatto che i servizi sono spesso molto carenti (o pressoché inesistenti come nel caso degli asili nido). 3) La dicotomia profonda tra beneficiari forti e beneficiari deboli. Si notano sotto questo aspetto, problemi “di genere” e non. Una variabile anche importante rispetto al genere è quella rurale-urbana, con una situazione di particolare svantaggio delle aree metropolitano del Sud (e all’interno di esse) per la componente femminile della popolazione. I motivi di ciò vanno ricercati nella evoluzione storica del sistema di welfare e nel carattere delle mobilitazioni che l’hanno accompagnata. In Italia il sistema di welfare ha beneficiato le aree agricole almeno sul piano della previdenza. E le lotte dei braccianti sono state fatte da uomini e da donne che hanno vinto insieme perciò il sistema, una volta molto forte, riguardante i contesti rurali, riguardava uomini e donne. Insomma un soggetto debole per eccellenza del welfare italiano sono state le donne che vivono in ambiente metropolitano, specie del Mezzogiorno. Esse non hanno lavoro e non sono protette come lavoratrici, ma non sono protette, in caso di bisogno neanche come cittadini poveri. La tendenza “lavoristica”, analoga nel welfare mediterraneo e in quelli d’origine bismarkiana - che guarda esclusivamente ai lavoratori e alle lavoratrici, riconosciuti/e per tali - emargina tutti e tutte coloro che non hanno questa qualifica. E’ evidente come un sistema di questo genere avesse bisogno di riforme, ma è difficile dire che esse fin’ora siano andate prevalentemente nella direzione giusta, anzi (con l’eccezione della legge 382 sull’assistenza che è venuta incontro ai soggetti più deboli nel sistema italiano di welfare, anche nel Mezzogiorno) si può ben dire che esse sono andate nella direzione opposta. Negli anni ’90, in Italia, tre principi – contenimento della spesa, decentramento, e razionalizzazione (dichiarata ma ben poco applicata) – hanno guidato la politica di diversi governi. Gli effetti pratici sono stati modesti anche perché gli attacchi più gravi minacciati dal governo Berlusconi non hanno avuto un seguito pratico effettivo. Tra gli interventi del governo di Berlusconi c’è stato quello cancellato dal referendum sulla cosiddetta “devolution”. Il referendum è stato naturalmente largamente sconfitto e in effetti i suoi risultati sono una prova del senso della solidarietà nazionale che tutt’ora esiste nel nostro paese. È noto infatti che gli effetti di una devolution volta a scaricare sul bilancio delle regioni più povere il peso delle politiche di welfare sarebbe stato disastroso. Ma l’esito del referendum – e soprattutto il dibattito che lo ha accompagnato – hanno posto in evidenza anche i rischi di un’applicazione senza cautele della riforma del Titolo V della Costituzione. La situazione del Mezzogiorno – con il sempre più chiaro processo di concentrazione della povertà nelle regioni meridionali – mostra non solo l’esigenza di un welfare migliore ma anche di più welfare. |
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