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E’ forse presto per dire se con l’accordo sul welfare del 23 luglio si apra davvero una fase nuova per il futuro delle politiche sociali nel nostro Paese.
Ciò che però è già chiaro è che un risultato positivo è stato comunque raggiunto. Dopo l’approvazione e la partecipazione al voto di 5 milioni di lavoratori e lavoratrici, si è imposta all’agenda politica complessiva la centralità e l’oggettiva rilevanza della riforma del welfare, ben oltre la faziosa strumentalità che ha caratterizzato la passata legislatura e le nervose tensioni politiche dell’attuale. Si è diffusa finalmente la consapevolezza, anche percependo diffusi malesseri e dinamiche sociali, che non basta sicuramente più dilatare istituti nati con finalità diverse e in altri contesti o, al contrario, contenere le spese ridefinendo rozzamente e semplicisticamente i confini e i campi di applicazione delle protezioni esistenti. Occorre invece definire obiettivi e strumenti per una politica sociale che corrisponda alle persone e alle forme di convivenza come sono oggi, che rispetti le differenze reali ma non accentui le discriminazioni, che non sia pensato solo per gli uomini nell’età centrale della vita, che non corrisponda esclusivamente al sostegno, peraltro carente nei fatti, a una concezione astratta e omologante della famiglia, che non aspiri all’impossibile ed errato obiettivo di considerare chiusi i confini tra gli Stati e incontaminate le culture. Interpretare i cambiamenti è un dovere: non è sufficiente per nessuno pescare dal proprio vecchio contenitore ideologico temporanee e inutili certezze. Premono, ponendo interrogativi nuovi, i cambiamenti demografici, le dinamiche tra i rapporti tra i sessi e le generazioni, gli effetti dell’immigrazione, la pluralità delle forme di convivenza. Gli apporti che seguono costituiscono contributi preziosi di studiosi, operatori e responsabili politici per aiutare a comprendere alcune trasformazioni e per suggerire qualche intervento. Le scelte da operare necessariamente sono puntuali e specifiche, ma non settoriali: la politica sociale non è, come evidenziato nei contributi che ospitiamo, interdipendente dalla politica economica. Nel focus vi presentano analisi non impietose e pessimiste ma semplicemente serie sul disordine sociale e la concentrazione di tensioni sociali nelle aree metropolitane, sulle caratteristiche del welfare mediterraneo e sulla situazione del mezzogiorno, sulla centralità del territorio e sulle luci e sulle ombre delle esperienze realizzate, sui rapporti dell’amministrazione centrale con i poteri territoriali, sull’integrazione socio-sanitaria, sull’imprenditorialità sociale, sulla strumentazione utile alle politiche sociali e, specificamente, a quelle assistenziali. Su altri aspetti, torneremo nei prossimi numeri, in particolar modo sul collegamento con le politiche attive del lavoro e il ruolo dei SPI e la riforma degli ammortizzatori sociali. Pur analizzando differenti ambiti, gli interventi proposti convergono sulla necessità di operare scelte coerenti, di “fare sistema” raccordando i livelli di governo, definendo standard di processo e di prodotto, costruendo, non episodicamente, meccanismi di monitoraggio e valutazione. Infatti, non si è riflettuto abbastanza su come il decentramento necessiti di una diffusa e sistematica pratica della valutazione. Abbiamo bisogno di scelte chiare e di una politica di medio periodo per conseguire risultati soddisfacenti su tutto il territorio nazionale. Attenzione, non proponiamo qui la logica del rinvio occupando il tempo con esercizi accademici sulle future sorti dell’umanità. La chiarezza degli obiettivi e delle opzioni da operare nel medio periodo agevola al contrario l’assunzione di comportamenti conseguenti e coerenti da subito e da parte di tutti. Occorre però riconoscere che sia nella definizione delle strategie di più ampio respiro che nella pratica coerente nel presente non giova l’attuale instabilità del disegno istituzionale e amministrativo. La dieta yo-yo, lo affermano tutti i dietologi e lo constata il senso comune, non serve alle persone: l’esperienza ci ha definitamente insegnato che fa male anche alle istituzioni. Passare da tre a uno e a due poi a cinque ministeri che insistono sul welfare non ha giovato non solo in termini di costi diretti, ma anche di qualità e continuità degli interventi e di credibilità nell’operato dell’amministrazione. Peraltro, la risposta ai quesiti fondamentali sui quali verte la discussione non è certamente indipendente dall’operato dell’amministrazione pubblica. Due esempi tra tutti: se vi è convergenza di opinioni sulla opportunità dell’universalismo selettivo per la fruizione delle prestazioni, a quale politica se ne può affidare la gestione? E ancora: se uno dei nodi da sciogliere è il rapporto tra pubblico privato e terzo settore, quale amministrazione pubblica può esercitare con credibilità e nell’interesse dei cittadini le funzioni proprie del servizio pubblico? Invece, è proprio sul fattore dell’amministrazione che, purtroppo, si procede schizofrenicamente. Si è finalmente di nuovo concordata la previsione normativa dell’ accorpamento dei Ministeri competenti che insistono direttamente sul welfare, mentre nei fatti è ancora in corso lo “spezzettamento” e i ministeri interessati devono ancora completarne l’iter con l’adozione dei regolamenti di organizzazione. La previsione normativa sul riaccorpamento, purtroppo, non ci rassicura neanche per il futuro, perché gli ultimi anni ci hanno già consegnato l’esperienza di modifiche sul numero dei Ministri nel momento della formazione del nuovo governo. Anche per le Regioni e le Province bisognerebbe procedere riaccorporando i troppi assessorati. Perché non cominciare a parlare già da ora, in vista nelle prossime elezioni amministrative, che coinvolgeranno anche la provincia di Roma? |