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Con l’approvazione del protocollo sul welfare in un referendum che ha visto la partecipazione di 5 milioni di lavoratori la politica italiana è entrata, a dispetto di se stessa, in una nuova fase.
Possono ora essere poste sul tappeto questioni generali che la frammentazione, la confusione, l’inerzia, il conformismo dominanti hanno finora impedito che emergessero con la necessaria limpidezza. Indicherei quattro questioni generali: 1. la politica sociale deve essere vista nella sua strettissima interdipendenza con la politica economica; 2. si pone oggi una urgenza che riguarda i servizi rispetto ai trasferimenti monetari; 3. una visione di questo tipo ha forti implicazioni sul modo di considerare la tassazione; 4. una visione di questo tipo è strettamente connessa a una nuova articolazione dell’intervento pubblico e a un rinnovato ruolo della PA I. L’interdipendenza tra politica economica e politica sociale La politica sociale non è altra cosa, distinta e separata, dalla politica economica, confinabile in un recinto specifico: sono, in realtà, l’una specchio dell’altra. Quindi la politica sociale non può essere correttamente trattabile a prescindere dalla politica economica, né, tanto meno, può essere concepita come politica che riguardi prevalentemente il terzo settore o l’associazionismo o il volontariato, ai quali delegarla con risultati da un lato di ghettizzazione dall’altro di scarico di responsabilità dell’operatore pubblico. II. Il rilievo dei servizi Puntare sulle sinergie tra “sfera sociale” e “sfera economica” richiede che si dia crucialità ai servizi. La strutturalità dei problemi odierni dell’Italia (con squilibri, anomalie, carenze di investimenti che caratterizzano sia l’assetto produttivo che il sistema della cittadinanza) suggerisce di modificare l’equilibrio trasferimenti monetari/servizi, dando più peso ai servizi. Infatti: ? Il “valore collettivo” creabile dai servizi può essere molto rilevante (è più economico per un territorio avere 15.000 badanti o un servizio pubblico che funzioni come rete complessa di dispiegamento delle potenzialità dell’assistenza degli anziani?), a maggior ragione significativo per l’attivazione del potenziale di lavoro delle donne, sollecitato in un duplice senso, perché i servizi sono ad alta femminilizzazione (quindi “domandano” il lavoro delle donne), perché le donne possono concretizzare la loro disponibilità a lavorare (quindi “offrirsi” sul mercato del lavoro) solo se esistono alcune precondizioni, tra cui servizi di conciliazione fra lavoro non retribuito e lavoro retribuito, da cui possono generarsi relazioni positive tra servizi, tassi di natalità, tassi di attività. Il forte deficit di offerta dei servizi che caratterizza oggi l’Italia (segnalato anche in alcuni casi – la sanità – dalle liste d’attesa, in altri casi – gli asili nido – da sistemi di tariffe che ostacolano l’accesso alle famiglie con redditi bassi) è l’altra faccia di una domanda di servizi che rimane “compressa” e “inevasa”; ? l’erogazione dei servizi, assai differenziata territorialmente, condiziona fortemente la redistribuzione e le disuguaglianze, sia in termini di reddito, sia in termini di mancata costruzione di una omogeneità socio-culturale di base (poiché è accertato che i servizi sono molto più egualitari dei trasferimenti monetari, dobbiamo ritenere che una delle ragioni che fanno dell’Italia un paese altamente disegualitario è proprio la prevalenza di trasferimenti monetari e la fragilità nell’offerta di servizi e beni collettivi). III. Servizi e tassazione Le politiche orientate ai servizi hanno caratteristiche di strutturalità, articolazione, differenziazione e per questo il rilievo che si dà ai servizi e ai beni collettivi può concretizzare quel primato delle “politiche pubbliche” su cui al centrosinistra si chiede di essere incisivo, politiche promosse e veicolate dall’operatore pubblico, nella sua accezione “nazionale” e “locale”, posto che i servizi hanno un forte contenuto intrinseco in termini di dimensione “territoriale”. Con tre immediate implicazioni sulla questione della tassazione: ? dare priorità ai servizi significa dare priorità al loro finanziamento (che in tutti i paesi occidentali avviene in misura prevalente per via fiscale). Dunque, il significato e il ruolo della tassazione non sono valutabili in se stessi ma vanno commisurati a) al livello e alla qualità dei servizi (che esprimono “beni collettivi” e “legami di cittadinanza”) di cui una società desidera disporre e b) agli effetti redistributivi relativi; ? poiché anche i benefici fiscali fanno parte (in modo indiretto) dei trasferimenti monetari, politiche prevalentemente basate su benefici fiscali indiscriminati e aselettivi, oltre ad essere molto costose (impegnando per definizione una mole cospicua di risorse), non sarebbero coerenti con la scelta di dare priorità e peso ai servizi; ? va criticato l’assunto spesso sottostante alle ipotesi di ricorso a consistenti sgravi fiscali, secondo cui, poiché i servizi pubblici sarebbero di cattiva qualità e scarsamente riformabili, occorrerebbe dare ai cittadini una capacità diretta di spesa mediante l’abbassamento della pressione fiscale, grazie alla quale essi verrebbero posti nella condizione di esercitare una domanda che attiverebbe un’“offerta privata” sul mercato. IV. L’offerta pubblica di servizi e il ruolo del privato e del terzo settore Va fatta una distinzione tra “beni sociali fondamentali”, servizi di pubblica utilità, servizi per la produzione, beni produttivi. Per tutti è richiesta una “regolazione” rigorosa e le forme di offerta possono essere in generale molteplici, tali da valorizzare la partnership pubblico/privato e il ruolo del terzo settore, dell’associazionismo, del volontariato. Ma per i “beni sociali fondamentali” – istruzione, sanità, previdenza – è opportuno garantire un prevalente regime pubblico. Ne segue che: ? i “beni sociali fondamentali” richiedono un’organizzazione tale da garantire un primato dell’offerta pubblica di servizi su quella privata (la quale anche in questo caso può avere una funzione importante ma solo integrativa) sia per ragioni di equità, sia per ragioni di efficienza, ivi compresa la necessità di “assorbimento ex ante del rischio” (per la presenza di imperfezioni informative, selezione avversa, rischio morale, alcuni rischi non possono che essere socializzati in un meccanismo assicurativo pubblico: nessuna assicurazione privata, ad esempio, sarebbe in grado di offrire una tutela sanitaria a chi ha più di 65 anni). ? La partnership pubblico/privato in alcuni casi (come la casa) può essere estesa in modo salutare, mentre in altri (come la sanità di base o l’istruzione primaria) può avere un ruolo solo circoscritto. Il che porta a prendere le distanze da ipotesi di privatizzazione costruite sulla base della presupposizione (erronea) che la concorrenza – principio vitale se applicato là dove esso è richiesto, in particolare nei settori produttivi non solo manifatturieri, e allo scopo di liberalizzare non di sostituire a un monopolio pubblico un oligopolio privato – debba essere utilizzata per incrinare il monopolio pubblico anche nei “beni sociali” fondamentali. Così come porta a prendere atto della complessità e contraddittorietà del concetto di “libertà di scelta” (in cui possono annidarsi veri e propri “inganni”) e della necessità di immunizzarsi da visioni apologetiche volte “a fare del rischio uno stile di vita”. ? Gli spazi (anche finanziari) per un’estensione della cittadinanza basata sull’ampliamento dei servizi non vanno ricercati a detrimento di altre componenti del welfare (in un gioco a somma zero). Che la spesa pensionistica (peraltro in Italia a regime già stabilizzata rispetto al PIL) possa costituire un bacino a cui attingere viene ancora sostenuto con l’argomento, sbagliato, che la scarsa redistibutività del welfare italiano sia dovuta alla forte incidenza che vi ha la componente pensionistica. In realtà, è proprio Eurostat a segnalare che: a) mentre la distribuzione “di mercato” colloca l’Italia in testa nelle classifiche della disuguaglianza, la redistributività della spesa sociale totale in Italia è elevata (il rischio di povertà, in assenza di spesa il più alto fra i paesi europei e pari a 42, grazie ai trasferimenti scende a 19; inoltre, se al totale della spesa sociale italiana si aggiungessero i 2/3 punti di PIL che le mancano per raggiungere la media europea - proprio quelli che gli altri paesi destinano a servizi, famiglia, ammortizzatori, povertà - questo fatto di per sé accentuerebbe la redistributività; b) prestazioni - come le pensioni – che svolgono prevalentemente finalità assicurative pubbliche possono svolgere funzioni redistributive solo secondariamente ed anche per questo è necessario ideare un più forte sviluppo dei servizi, notoriamente assai egualitari e redistributivi, non solo delle risorse materiali ma anche, e soprattutto, degli “stili di vita”. IV. Centralità della riforma della PA Lo sviluppo dei servizi richiede che si scommetta sulla riformabilità dell’amministrazione pubblica. Sono necessarie strategie di elevamento della sua efficienza, della sua efficacia e della sua qualità, nella consapevolezza che certo non basterà porre dei “tetti” alla crescita della spesa per indurre guadagni di efficienza nella organizzazione dei servizi pubblici. È vitale riscoprire nell’amministrazione pubblica i caratteri dell’ethos weberiano e nel dipendente pubblico quelli del civil servant, rendendo così possibile tornare a fare leva, anche per aumentare la produttività, sulle complesse risorse motivazionali delle persone che vi lavorano. Riscoprirne l’ethos weberiano permette di neutralizzare l’idea che per riformare la pubblica amministrazione sia importante solo “spostarne il perimetro” – rimanendo indifferenti a ciò che succede al di qua e al di là del perimetro stesso – e al tempo stesso di sperimentare adeguate forme di partnership tra pubblico e privato. |