Processi di inclusione e autonomie locali PDF Print E-mail
di Antonello Scialdone - Dirigente Isfol [ascialdone@isfol.it]   
La situazione generale del Paese per quanto concerne l’ambito di interesse delle politiche sociali continua a presentare luci ed ombre, di cui nei mesi più recenti hanno dato conto varie istituzioni di ricerca. Permane una consistente area di soggetti, gruppi ed aggregati territoriali significativamente interessati da fenomeni di vulnerabilità e di marginalità sociale. Ad oggi risultano in condizioni di povertà relativa più di sette milioni e mezzo di persone, corrispondenti al 13% circa della popolazione: gli indicatori fanno ancora registrare una concentrazione delle situazioni più problematiche nel Mezzogiorno (dove già dal 2005 risulta in quella condizione una famiglia su quattro). Altrettanto problematica resta la condizione di target tradizionalmente identificati all’interno della categoria dello svantaggio, come ad esempio le persone con disabilità: per molti di questi soggetti le politiche pubbliche, finalizzate ad innalzare i livelli di occupabilità e a garantire percorsi di accompagnamento, sembrano progressivamente evolvere verso modelli di servizio più efficienti, ma non per questo assicurare una pervasività degli interventi ed una efficacia del tutto soddisfacenti.
Il tema della compiuta infrastrutturazione sociale del Paese e della messa a disposizione di accessi universali ai diritti e alle risorse resta aperto. Nel recente passato un fattore di complicazione è stato rappresentato dallo stallo delle relazioni  tra istituzioni regionali e governo centrale, stallo cui non sembra estraneo il disallineamento delle competenze dei singoli livelli che la riforma del Titolo V ha imposto sull’architettura prefigurata dalla legge quadro sull’assistenza sociale. Nondimeno, se un dato positivo bisogna registrare, esso riguarda la dimensione territoriale, quella in cui il fronteggiamento dei bisogni della cittadinanza chiama in causa i protagonisti della sussidiatietà: autonomie locali,  attori del partenariato sociale, corpi intermedi. Particolarmente sul versante degli enti locali si evidenziano avanzamenti relativi agli esiti della programmazione sociale di rispettiva competenza: il monitoraggio Isfol  dei piani di zona appena concluso suggerisce che c’è una parte di pubblici poteri che si organizza -anche con i debiti profili tecnici- per esercitare le proprie competenze di governo del welfare territoriale, che attribuisce esplicito valore  alla cooperazione interistituzionale e che riesce a realizzare percorsi interessanti nell’ottica del coinvolgimento degli attori sociali ed economici. E’ lo stesso sistema –quello delle autonomie locali- che sembra già impegnato con esiti di qualche interesse sul fronte delle iniziative per l’invecchiamento attivo, che rappresenta un tema di assoluto rilievo anche nel dibattito europeo. Mette conto sottolineare, tra le altre cose, le problematiche dell’integrazione e dell’inclusione sociale di due peculiari segmenti della popolazione: gli stranieri (giunti vicini alla soglia dei tre milioni secondo gli ultimi dati ufficiali), per i quali si apre nel dibattito italiano una questione di riconoscimento di diritti di cittadinanza che trascende la dimensione  della mera allocazione al lavoro; ed i giovani, intorno a cui si evidenzia un dato originale di offerta di partecipazione alla dimensione pubblica che vede ancora una volta protagonista il sistema degli enti locali ed individua formule di attivazione come consigli comunali tematici,  tavoli di co-progettazione,  consulte giovanili. Per molti soggetti appartenenti a questi gruppi-bersaglio rileva il tema della progettazione di azioni di accompagnamento su cui fondare una nuova cultura dei servizi di welfare.
Una attenzione mirata va riservata al ruolo dell’imprenditorialità sociale, che anche in ragione della recente evoluzione legislativa può concorrere a dare ai sistemi territoriali di welfare un contributo di professionalità non disgiunto dall’obiettivo dell’utilità sociale. L’attuazione incompiuta del decreto legislativo n.155/2006 verrà verosimilmente valutata avuto riguardo alla capacità di questi attori di assicurare processi di contrasto alla marginalizzazione di soggetti svantaggiati, come nella migliore tradizione della cooperazione sociale, ma anche con riferimento alla capacità di creare spazi di imprenditorialità e di nuova occupazione in settori estranei all’assistenza, come quelli legati alla valorizzazione dei beni culturali ed al turismo: ancora una volta, si tratta di fattori fortemente connessi alla dimensione territoriale.
Una valutazione di insieme consentirebbe di affermare che c’è una espressione delle politiche di coesione, quella che promana dal basso e che è fatta di concertazione al livello locale, la quale ‘tiene’, mette in campo programmi di intervento, aderisce, per quanto possibile, a strategie di inclusione. E’ un livello che tende a mettere a tema la sollecitazione più recente che arriva dalle istituzioni comunitarie, e che concerne la promozione della cittadinanza  ed il coinvolgimento della società civile nelle decisioni pubbliche. E’ una faccia della coesione che certamente da sola non basta a tutto, e che al di là della dimensione micro e delle singole buone pratiche, non deve far dimenticare la realtà di un contesto nazionale in cui i fattori di differenziazione interna vanno aumentando. La stessa esperienza della pianificazione di zona restituisce profili diversificati per quanto concerne le tipologie di servizi considerate prioritarie (servizi domiciliari al Sud vs. interventi di promozione sociale nel resto del Paese, con una significativa diffusione nel Nord Ovest  dell’erogazione di sussidi economici) nonché la concentrazione di risorse finanziarie: nelle regioni del centro converge sul piano mediamente il 39% della spesa sociale del territorio di riferimento, ma l’incidenza corrispondente sale sopra il 55% nel Nord-Est. Il monitoraggio Isfol inoltre dice che, al di là di un’apprezzabile situazione riferita al fronte sanitario, molto può essere fatto per migliorare l’integrazione di queste politiche con altri ambiti, in particolare per il sistema giudiziario e le questioni della scurezza, ma anche per i servizi all’impiego.
Le domande che da questo problema discendono (una su tutte: quanta varietà, quale divario può un sistema-Paese tollerare al proprio interno?) richiedono risposte adeguate sul fronte della governance ed anche su quello della regolazione formale: si pensi alla questione delle determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali, prevista nel 2000 dalla legge 328  e rimasta tuttora inevasa; e si pensi anche alla costruzione di sistemi di monitoraggio e valutazione che siano di reale ed efficiente supporto all’elaborazione delle politiche. Purtuttavia, la vitalità dei territori e la capacità di alcuni contesti di proporre soluzioni positive alle sfide del welfare è fenomeno da rimarcare: anche per suggerire che varrebbe la pena di capitalizzare l’esperienza di questi sistemi locali per re-innescare dal basso un processo virtuoso di collaborazione tra i livelli di governo.
 
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