Le prospettive del welfare municipale: la centralità del territorio PDF Print E-mail
di Raffaella Milano - Assessore Comune di Roma   
Una strategia nazionale di contrasto alla povertà e di promozione dell’inclusione sociale: il nostro Paese ne ha necessità e urgenza.

Dopo il varo di una legge innovativa e importante di riforma delle politiche sociali, come la legge quadro 328/2000, sono purtroppo seguiti anni in cui non solo non si è investito in questo campo ma si è favorito il ritorno, più o meno esplicito, ad una concezione delle politiche sociali segnata dall’assistenzialismo e dalla residualità. Politiche per i deboli – come si è detto – che inesorabilmente diventano “politiche deboli”. Tutto il contrario di ciò che la riforma voleva ottenere, ovvero un deciso spostamento dell’asse delle politiche sociali, finalmente, sul fronte dei diritti e della promozione della qualità della vita per tutti.

Tra i fondamenti da porre al centro della ripresa di una strategia nazionale vi è, come è evidente, la definizione dei “livelli di assistenza”, su cui si sta lavorando, per fare in modo che i diritti siano esigibili e che si accorcino le distanze – oggi abissali – tra le prestazioni e i servizi disponibili per i cittadini da una parte all’altra del Paese.

La necessità di una forte ripresa di politica nazionale su questo fronte (reddito minimo di cittadinanza, fondo per la non autosufficienza, contrasto alla povertà estrema,..) non deve essere considerata come alternativa ad una sempre più accentuata territorializzazione del welfare. Non solo per le attribuzioni che il titolo V della Costituzione ha assegnato in materia alle Regioni, ma soprattutto perché è necessario aderire a situazioni sempre più differenziate e in movimento, e questo è possibile solo se le politiche sociali sono davvero ancorate al territorio, con un sistema di governance fondato sull’ascolto, la lettura dei bisogni, il coinvolgimento attivo delle comunità locali.

E’ questa esigenza che ha spinto la città di Roma a dotarsi, nel 2003, del primo “Piano regolatore sociale”, contemporaneamente alla definizione del Piano regolatore generale della città, e per questa stessa necessità oggi i Municipi romani sono impegnati nella costruzione di 19 “Piani regolatori sociali”, allo scopo di rendere la rete dei servizi di welfare ancora più vicina ai cittadini. Per comprendere la necessità di questo ulteriore “avvicinamento” al territorio, basti pensare solo al fatto che in metà dei nostri municipi le persone con più di 65 anni hanno superato i minori di 18, mentre gli altri territori si misurano oggi con una forte crescita del numero dei bambini e delle nuove famiglie.

E’ proprio il livello territoriale che, anche in anni difficili, ha sperimentato sul campo la riforma del 2000, mettendo in moto enti locali, organizzazioni sindacali, associazioni del terzo settore, volontariato e risorse civiche per un nuovo modo di intendere le politiche sociali. La costruzione dei piani regolatori sociali dei municipi in questo periodo è accompagnata da un lavoro di definizione, in termini pratici e operativi, delle aree di incontro tra politiche sociali e altre politiche di sviluppo locale: la promozione della salute e l’organizzazione sanitaria, la casa e l’abitare, la formazione e l’accesso al lavoro, lo sviluppo urbano e la sicurezza. L’obiettivo è dunque quello di migliorare e di ampliare i servizi sociali territoriali, ma, allo stesso tempo, anche quello di orientare, dal punto di vista delle compatibilità sociali, lo sviluppo locale della comunità. Con la consapevolezza che le politiche sociali hanno qualcosa da dire quando si progetta un nuovo quartiere, così  come quando si avvia un incubatore di impresa, oppure si ridisegna la rete dei servizi sanitari.

In  sostanza, la dimensione locale è il banco di prova di politiche sociali che non si rassegnano ad intervenire solo quando si affronta una emergenza, ma possono contribuire a promuovere il benessere, lo sviluppo di una comunità e soprattutto la sua coesione sociale. Al centro di questa strategia di welfare comunitario vi è il cittadino non più considerato solo come fruitore dei servizi o portatore di una domanda, ma come soggetto attivo anche sul fronte della elaborazione e della attuazione delle risposte. Promuovere e sostenere le responsabilità civiche non significa indebolire le responsabilità pubbliche istituzionali ma alimentare uno “spazio pubblico” aperto a tutti coloro che si muovono per la tutela e la promozione dei beni comuni.

Nascono da questa convinzione di fondo le esperienze come i “tavoli sociali”, i laboratori di “co progettazione”, così come la gran parte delle innovazioni che in questi anni abbiamo introdotto nelle politiche sociali romane. Una esperienza pratica che testimonia come la partecipazione civica non rappresenti necessariamente per le istituzioni un inutile e doveroso obbligo di facciata ma possa davvero costituire un elemento di forte innovazione sociale.

Welfare territoriale, dunque, perché il territorio non è solo il luogo di lettura dei problemi sociali ma è il luogo in cui, sebbene in modo poco vi

 
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