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Lavoro e disordine sociale |
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di Università “La Sapienza” di Roma [carlo.donolo@uniroma1.it]
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1. Immaginiamo – e in Italia è particolarmente facile farlo – una situazione, un territorio anche molto vasto, un’area metropolitana, che siano caratterizzati da fenomeni quali:
- alto tasso di disoccupazione, con forte presenza di disoccupati cronici, - difficile occupabilità di un’ampia fascia di giovani scolarizzati - diffusa presenza di disoccupati scoraggiati, specie donne - basso tasso di occupazione femminile (diciamo la metà del dovuto secondo Lisbona) - elevata frequenza di famiglie monoreddito ed in cui inoltre nel sistema economico prevalga l’economia sommersa, il lavoro nero, l’economia delle attività plurime precarie per ricavare un reddito di sussistenza, ed anche ci sia - necessariamente in questi casi - un forte insediamento di micro e macrocriminalità, con forte fusione tra attività in forme illecite ma con oggetto lecito e attività il cui stesso oggetto è criminale. E aggiungiamo – perché altrimenti non si spiega come si sia giunti a queste forme stabilizzate, croniche e acute di disordine sociale (Donolo, Disordine, Donzelli 2001) - istituzioni deboli, inefficienti, magari colluse, comunque opportuniste, espressione in primo luogo della prevalente tendenza della società locale al rent seeking – immaginando tutto questo, ed altro di contorno si può riflettere sullo spazio delle politiche possibili. Le politiche attive del lavoro, ed anche le politiche sociali, correnti, sono orientate nel loro nucleo razionale (perché c’è anche molta zavorra, orpello e retorica) al trattamento di problemi di proporzioni normali per le quali terapie incrementali promettono guarigioni certe o soddisfacenti a medio termine. Si tratta di strategie di tamponamento, ovvero di riduzione del danno e del costo sociale, per la gran parte, e solo marginalmente di una reale de-costruzione del problema (si tratti di drop out o di drogati o di giovani, carini e disoccupati ovvero precari). Si tratta di lottare contro la marginalità, di promuovere la coesione, di riqualificare i contesti di vita, specie nelle vaste periferie metropolitane. L’intreccio di queste politiche con le questioni della sicurezza resta al momento indecifrabile, dato che si vogliono ottenere risultati a breve e per lo più nel senso dello spostamento fisico delle popolazioni problema o del contrasto poliziesco delle forme della devianza. Gli impatti a medio e lungo termine diventano nebulosi. 2. Ma il nostro interrogativo verte piuttosto sulla relazione tra politiche correnti (comprese ora quelle aventi ad oggetto la sicurezza urbana) e situazioni estreme. Queste ultime sono definite dalle aree urbane nelle quali si concentrano i fenomeni richiamati sopra, cumulati con l’ovvio degrado fisico e infrastrutturale, la miseria ambientale, l’incapacitazione dei soggetti, l’esclusione sociale cronica, la violenza tra poveri e il conflitto endemico con le istituzioni. Molte aree metropolitane meridionali concentrano questi problemi e coinvolgono in essi milioni di abitanti. Si noti che in nessuna paese europeo (dell’Europa a 15) esistono simili concentrazioni croniche di problemi sociali, e neppure vi si può riscontare una simile trascuratezza istituzionale, intendo il governo per omissione, per errore, il trattamento meramente opportunistico dei fenomeni più scottanti – come ora avviene con l’insicurezza. Vi è anche un ritardo cognitivo enorme in materia e neppure l’accento posto dalla programmazione 2007-2013 sulle aree urbane, chiamate a diventare motori dello sviluppo nell’economia della conoscenza, è adeguato alla dimensione dei problemi in queste aree. 3. Le politiche attive correnti e le stesse politiche integrate (sulla base dell’esperienza dei PIT meridionali) non sono in grado di trattare l’ordine dei problemi cumulati ed intrecciati che abbiamo nelle aree metropolitane meridionali (e in forme meno gravi anche nelle banlieu delle altri grandi città). La loro logica è incrementale, additiva, buonista, tecnica (le materie sociali intrecciate vengono splittate in tanti aspetti distinti trattabili separatamente secondo logiche professionali a loro volta differenziate secondo le infinite e moltiplicabili a piacere categorie dei problemi sociali). In altre fasi della storia nazionale di fronte a grandi questioni si era spesso riusciti a pensare in grande (si veda ora 2007). Con la crisi dei partiti di massa nell’agenda politica entra solo quanto è trattabile secondo la logica degli affari possibili tra politica ed economia. Le grandi questioni sociali sono fatalmente emarginate o immaginate in termini edulcorati, magari solidaristici, oppure affidati al contrasto poliziesco (che è esso stesso di necessità parziale, occasionale e sussultorio e comunque vede i problemi oggetto dell’azione come cronici ovvero permanenti secondo la logica del mestiere più vecchio del mondo). 4. Vorrei dire che occorre ripensare le politiche correnti alla luce delle grandi questioni poste dalle vaste aree sociali ed urbane nelle quali si concentrano mali sofferenze, disagi, carenze e violenza. Qui si tratta di ricostruire legami sociali, a partire dal ripensamento dell’azione istituzionale, tutta immersa in routine, additività, retoriche d’importazione, e soprattutto tirare a campare. Anche solo restando sul terreno del lavoro si tratterebbe di affrontare insieme diversi dilemmi: il lavoro della conoscenza, il nuovo lavoro operaio, il lavoro nei servizi, il lavoro dei senza lavoro. Questo ed altro costituisce un oggetto polimorfo che richiede insieme strategie integrate e differenziate, ma soprattutto un attacco molto più incisivo (come nel caso dell’abbattimento del CO2) in termini di risorse, ma ancora più nel modo del loro uso (gran parte dei fondi strutturali sono buttati in attività di tamponamento , si pensa alla formazione professionale e alla sua perversa economia). Si deve ripartire però da una ritematizzazione all’altezza dell'’ordine dei problemi in queste aree, viste nel loro insieme nelle loro interconnessioni e specie nei loro circoli viziosi. Si tratta di incidere su qualcosa, di spezzare coerenze, di ricostruire fiducia istituzionale. Un compito difficile, ma possibile, pensabile, se si abbandonano le false certezze di tutto ciò che è policy as usual. |
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